Archivio per la categoria 'Eric Rohmer'

Gli amori di Astrea e Céladon (Les amours d’Astrée et de Céladon)


Regia: Eric Rohmer
Cast: Andy Gillet, Stéphanie Crayencour, Cécile Cassel, Veronique Reymond, Silvie, Jocelyn Quivrin, Mathilde Mosnier, Rodolphe Pauly, Serge Renko, Arthur Dupont, Priscilla Galland
Anno: 2007
Nazione: Francia/Italia/Spagna

C’è una differenza sostanziale tra il cinema e il teatro: la simultaneità. Se nel cinema l’azione viene spezzettata in tanti singoli frammenti, così come la recitazione dell’attore, nel teatro queste vengono a trovarsi come un unicum inscindibile e continuo, sottoposte ad un unico tempo (la durata continua della piece) e ad un unico spazio (il palco teatrale), un hic et nunc che fa di ogni performance teatrale una esperienza irripetibile, proprio perché sottoposte alla contingenza della simultaneità tra spettacolo e fruitore. È dunque possibile riprodurre l’esperienza teatrale all’interno di un contesto filmico? È questo il fulcro di un film complesso come Les Amours d’Astrée et de Céladon, dell’inesauribile Rohmer. A partire dall’iniziale e (sottilmente ironica) dichiarazione d’intenti dell’autore che confessa di aver dovuto cambiare il setting perché l’originario inevitabilmente compromesso dall’urbanizzazione, Rohmer cerca di ri-costruire l’imprevedibilità teatrale attraverso l’uso di un linguaggio squisitamente filmico e tipicamente rohmeriano. Così tutto concorre ad essere palesemente finto e, appunto, costruito: l’impostazione teatrale della recitazione, l’ambientazione (ovvero la scenografia) e i costumi evidentemente anacronistici e abbozzati, e così via. Tutto è finto perché tutto appaia come vero, ovvero: bisogna che quello che accade sia riconosciuto come non-vero perché scatti quella particolare forma di sospensione dell’incredulità che solo a teatro può verificarsi; quella che fa si che l’evidenza si pieghi ipso facto all’immaginazione: come giustificare, altrimenti, il non-riconoscimento di Astrée nei confronti di Céladon che pure allo spettatore cinematografico appare così evidente? A questo si aggiungano i palesi errori di recitazione, gli inciampi, gli sbagli, inammissibili per il fruitore del mezzo cinema: l’effetto è straniante.
Ecco il quid: nel momento in cui la camera non è interna – e quindi sottoposta – al linguaggio teatrale, nel qual caso avremmo né più né meno che del mero teatro filmato, ma si fa testimone con il suo autonomo linguaggio del media teatrale, in quel momento il cinema si riafferma in quanto tale, portando avanti un gioco inter-mediale non solo con il teatro, ma anche con la pittura, la scultura, la letteratura e la poesia che sono parte integrante di quel gioco e di cui la camera è testimone eminente. Ecco il motivo di quella precisazione iniziale sul setting: Rohmer “svela” la presenza della camera (e quindi del cinema) all’interno di quel gioco: ciò che vede è visto a sua volta perché fa parte di quel mondo che egli stesso sta filmando- e quindi- testimoniando. Se la domanda iniziale viene elusa, o meglio viene fatta passare in secondo piano (da fine apparente a strumento), non così il cinema che si svela essere fin dal principio il fine ultimo di un regista, che a quasi novant’anni, a dispetto della apparente semplicità e sobrietà di stile, non smette di sperimentare e di stupire. E scusate se è poco.

Il raggio verde

Regia: Eric Rohmer
Cast: Marie Rivière, Béatrice Romand,
Rosette Carita, Sylvie Riches, Vincent Gauthier
Anno: 1986
Nazione: Francia

Una straordinaria, delicata sinfonia della solitudine. Ecco in poche parole Il raggio verde, uno dei film più (accl)amati del grande Rohmer, oltre che vincitore del Leone d’oro alla mostra di Venezia del 1986. Delphine, segretaria parigina, viene scaricata dall’amica a quindici giorni dalla partenza per le ferie. Inizia così l’odissea nella solitudine della ragazza, fatta di andirivieni nelle località più disparate di Francia, ma il suo dolore di ragazza “diversa” che non ha nulla da dare e che per questo è destinata a stare sola per sempre non viene lenito da nulla, fino a quando non sentirà parlare del raggio verde da un gruppo di anziani turisti. Rohmer costruisce con una grazia e una sobrietà sublimi le vicende della tormentata e difficile Delphine, interpretata magistralmente da Marie Rivière (e che ha coscritto il film col regista, insieme agli altri interpreti) a metà tra vittima e carnefice di se stessa, costretta ad un esistenza di solitudine coatta imposta dalla società e dal suo voler essere differente a tutti i costi. Una solitudine sottolineata da Rohmer con maestria e senza appesantirla di rimandi morali di ogni tipo, laddove la camera si limita ad osservare con cinica crudeltà la sua condizione di sola in mezzo agli altri (le scene in spiaggia e a Biarritz). Ma questa condizione è una condizione di fatto imposta, che solo nel momento di intraprendere un superstizioso gioco con sè stessa fatta di coincidenze e di ritrovamenti di carte e che culminerà con l’imbattersi nella storia del raggio verde (che al contrario di come la intende Delphine, viene spiegata in tutti i suoi dettagli sopratutto come fenomeno fisico esistente); solo in quel momento questa condizione di solitudine verrà a scardinarsi. Delphine si metterà nelle condizioni romantiche di un romanzo che deve finire bene con l’arrivo del principe azzurro. Il principe azzurro arriva (ma arriva per sua volontà, ormai libera)e la scena finale, che nel montaggio alternato di Rohmer si trasforma in un vero e proprio thriller in cui cercare di vedere il raggio verde acquisisce la stessa vitale importanza tanto per la protagonista, che l’aspetta come conferma, quanto per lo spettatore che si domanda se lo vedrà o no (tanto Delphine, quanto noi stessi), prende il posto del tanto agognato finale romantico, ma che di fatto lascia tutto aperto verso, chissà, una nuova illusione di Delphine. Rohmer firma dunque un capolavoro di sobrietà e di equilibrio dove dialoghi, regia e fotografia (la predominanza cromatica del rosso in contrasto con il verde, il vero colore del film, sullo sfondo anonimo perchè naturale della Francia estiva) si compenetrano a vicenda regalando allo spettatore un vero e proprio quadro che in poche pennellate riesce a descrivere con profondità il tema delle solitudine inserendola in una cornice compositiva semplice e aggraziata come solo la macchina diretta da Rohmer sa fare.


mekkanoglaz

Actions Figures

Sun - sor - rise

Cornamusa II

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