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Le deuxieme souffle


Regia: Alaine Corneau
Cast: Daniel Auteuil, Monica Bellucci, Michel Blanc
Anno: 2007
Nazione: Francia

È un remake di un film di Melville del ’66 ad aprire la seconda edizione della festa del cinema di Roma. Aldilà del dibattito tutto contemporaneo sulla sempre più crescente e ingombrante invasione del remake, la sfida che si propone Corneau non è da niente: già perché il genere noir è un genere complesso, che ha una illustre storia alle spalle e una sua stagione particolare che ormai (almeno nel suo canone classico) può dirsi conclusa. Come dunque riproporre un noir nel 2007 evitando di scadere nel già detto tanto a livello narrativo, quanto a livello linguistico? Le Deuxieme souffle è un tentativo di risposta a questa spinosa questione: soddisfacente? In parte sì. Corneau si sforza di adattare ad un linguaggio filmico più contemporaneo gli stilemi classici del noir: ecco che ai forti contrasti bianchi e neri degli anni ’60 si sostituisce una fotografia di colori caldi e avvolgenti (scadendo a tratti nel patinato, anche a causa della rinuncia delle classiche atmosfere fumose e sporche che da sempre hanno contraddistinto il noir); alle sparatorie fulminee e confuse subentrano lunghi rallenty che dilatano le azioni e accentuano il pathos e, infine, si passa dai colpi di pistola quasi invisibili a una quasi maniacale particolarismo derivato da una certa tradizione pulp-gore fattasi strada negli ultimi anni e legittimata nel suo uso dall’arrivo di Tarantino sulla scena cinematografica mondiale. Dal punto di vista del narrativo, invece, tutto rimane invariato. Anzi, l’impianto narrativo classico del noir viene portato alle sue estreme posizioni: se il grande punto di forza del noir era quello di dire tutto senza dire niente, nel senso ogni minimo particolare viene sviscerato senza però fare luce sulla trama che perlopiù è inesistente, ovvero ininfluente, ne Le douxieme souffle, nel suo tentativo di riprodurre quel particolare paradosso del noir si finisce per dire troppo, esplicitando anche quello che doveva rimanere implicito. In altre parole, se i lunghissimi e particolareggiati dialoghi del noir classico, vera e propria spina dorsale del noir (intervallate dai fulminei scontri a fuoco) avevano un senso proprio perché lasciavano non disvelato un non-detto che poi è la causa stessa dell’azione (ovvero la trama), nel film di Corneau sono sovraccaricati anche di quel sospeso che nell’evidenziare il non senso della trama, gli dava paradossalmente (ma anche no) senso. Dicendo troppo si finisce per svilire questo gioco tra detto e non detto, tra senso e non senso della trama dando vita di fatto a sequenze dialogiche lunghissime alternate a scene d’azione altrettanto lunghe (a causa dei rallenty): il risultato è la perdita dell’armonia tra i contrasti in luogo dell’ipertrofico e dell’estenuante (tant’è che il film dura due ore e mezza). Ma a viziare tutto l’impianto, già di suo pericolante, è la tanto blasonata Bellucci (tributata di una inspiegabile standing ovation a fine proiezione, che grazie alla sua sempiterna espressione da stoccafisso, si trasforma dal primo motore immobile dell’azione (la classica femme fatale) a inutile comprimario con funzioni di soprammobile senza un destino, né tanto meno un’utilità effettiva, tanto da far sorgere il dubbio che molte delle sue scene siano state inserite dopo, a giochi fatti, per evitare di perdersi per la strada il personaggio, comunque ormai già compromesso dopo neanche venti minuti di pellicola. Il contrasto con il cattivissimo e bravissimo Daniel Auteuil è evidente: è una coppia irreale, non ci crede nessuno, neppure loro. È dunque un bilancio totalmente negativo? No affatto; perché nonostante la lunghezza e i difetti di cui abbiamo parlato, il film non annoia grazie anche all’ottima regia di Corneau e alla bravura di (quasi) tutti gli attori. Ma è nel piano sequenza finale che il film si riscatta: dopo il passaggio dei personaggi, arriva il giorno a svegliare la deserta viottola di una tipica città algerina da cui escono, da ogni dove, bambini, negozianti, donne, uomini, riportando alla vita quello che sembrava l’arido set di un tipico noir degli anni ’60. Come se il noir (e quindi la finzione) sia stata la parentesi notturna della vita, una avventura di cui la vita stessa è inconsapevole, avvenuta nella magia di una notte irreale. Ma oltre la finzione (o proprio grazie alla finzione), come insegna Kiarostami, la vita continua.


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