
Regia: Brian De PalmaCast: Patrick Carroll, Robert Devaney, Izzy Diaz, Ty Jones, Kel O’ Neil, Daniel Stewart Sherman, Mike Figueroa
Anno: 2007
Nazione: USA
Premi: Leone d’argento miglior regia
Cos’è Redacted? Un reportage di guerra? Una docufiction,? Una denuncia? Anche. Ma Redacted è prima di tutto un film, e la risposta non è scontata. Redacted è un film che si pone la questione di se stesso, della validità oggettuale dello statuto cinema e lo fa confrontandosi e servendosi degli altri media. La questione è: fin dove la camera ha un valore oggettuale e metaoggettuale? Ha un valore oggettuale? Ha un valore metaoggettuale? Ovvero: la camera non mente mai! La camera mente sempre!” è in questo binomio/ossimoro che si gioca tutto quanto. Ed è questo il motivo per cui il tema, per come trattato, può sembrare banale, ruffiano, superficiale. Lo sembra perché in qualche modo lo è; perché nonostante l’avvetimento iniziale (“non sarà un film di Hollywood, con scene d’azione, musiche strappalacrime e grandi esplosioni”) tutto viene immediatamente ribaltato: riprese epiche di soldati, commentati dall’ancora più epica e commovente (in questo caso) musica di Haendel. Soldati le cui imprese vengono sottolineate dal commento francese. La validità oggettuale è finita ancor prima di cominciare: si entra in un altro linguaggio (quello documentaristico) per poi passare alla televisione, alle telecamere di servizio, a youtube, ai blog, alle telecamere a mano. Il risultato è un’esplosione intermediale, un enorme ipertesto vertoviano potenzialmente infinito fatto (è proprio il caso di dirlo) di innumerevoli link che portano ovunque, passando da un media all’altro, da un linguaggio all’altro. La camera cinematografica (che d’altronde in questo film non è mai dichiarata, seppur presente) acquista un altro valore in questo gioco intermediale, e cioè un valore testimoniale. E torniamo alla questione iniziale: la camera non sta mentendo perché quello che narra è una storia vera, ma mente perché quello che racconta è già di per sè scelto, ricostruito, parziale, ovvero Redacted, pronto per essere pubblicato (e da qui parte anche la denuncia effettiva: assuefatti alle immagini di guerra non possiamo che raccontarla così, piena di omissis, retorica, banalità). L’immagine, nell’epoca del suo splendore, del suo regno subisce dunque la sua più grave crisi. E in questa crisi che la camera cinematografica, il cinema si inserisce diventandone testimone eminente. Solo il cinema, che ribadisce alfine la sua autonomia linguistica rispetto agli altri media, può ridare quel valore oggettuale e metaoggettuale all’immagine. Non più documento, ma testimone dei fatti e quindi, nel senso più pieno del termine, Storia. Ed è nell’ultimo atto intermediale e ipertestuale che si compie la fine e la rinascita dell’immagine: le fotografie (anche loro redacted: gli occhi – non a caso l’organo per eccellenza della testimonianza, o della richiesta di testimonianza – sono omessi con un tratto di pennarello, come nei rapporti militari) che si susseguono commentate in modo musicalmente (in)appropriato sono vere, sono false? Sono ricostruite? E tutto questo nonostante fosse stata dichiarata la loro effettiva veridicità? Eppure è da qui che si aprono ulteriori link verso la ricostruzione dello statuto dell’immagine ed qui, in questa ultima provocazione depalmiana che deve inserirsi il cinema come unico mezzo in grado di farsi carico della sua ricostruzione oggettuale (e quindi metaoggettuale). De Palma firma qui il suo capolavoro: un film. E la risposta non è scontata.



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