
Regia: Paul Haggis
Cast: Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon
Anno: 2006
Nazione: USA
Haggis ci riprova. Dopo Crash e le fortunate (e belle) sceneggiature scritte per conto di Eastwood, Haggis torna alla macchina da presa per raccontare “la vita di una persona giusta che prende decisioni giuste”, il tutto inserito all’interno del contesto dell’attuale guerra in Iraq, contesto che mette a dura prova, se non sconvolge, la vita di persone come queste. E la racconta, come è ricorrente in Haggis (basti pensare non solo a Crash, ma anche a Letters from Iwo Jima), a partire dal particolare per arrivare all’universale. Nondimeno lo fa in un rapporto squilibrato dove il particolare è più universale dell’universale stesso (la lettera ricevuta al fronte dalla mamma è più universale – e trasversale – dei valori per cui si combatte, sempre facendo riferimento a Letters…) tanto da mandarlo in corto circuito. E la camera mossa da Haggis è cinica nel fare questo, nell’osservare questo corto circuito che finisce per ribaltare qualsiasi cosa pur mentenendone il paradossale equilibrio: tanto nel protagonista – interpretato da un magistrale Tommy Lee Jones – quanto in ciò che gli sta intorno (l’America, il cortocircuito stabile per eccellenza) esemplificato nel finale ribaltamento tanto simbolico quanto fisico del classico epic end retorico del cinema di guerra propagandistico made in USA. In questo capovolgimento la retorica si svuota e l’epico diventa un mero contenitore di niente: tutto si svela ma lasciando l’involucro intatto e al contempo tutto resta uguale a prima, nell’indifferenza. A questo si aggiunga il tentativo di ricerca linguistica portato avanti da Haggis con l’inserimento intermediale dei filmati di un videofonino, laddove l’inserimento del media ha lo scopo della ricerca in ciò che c’è di più “basso” (l’ipomedialità delle riprese del videofonino) di ciò che è più “alto” (i valori e il progressivo infrangersi di essi): di nuovo dal particolare all’universale che si frantuma ripiegandosi su se stesso. Ma nonostante i meriti, In the valley of Elah finisce per più di metà pellicola nel baratro di un linguaggio televisivo standardizzato e serializzato che finisce per dilungarsi oltre il consentito – e il consentibile – per un film che tutto aveva negli intenti, tranne che soffermarsi in maniera così eccessiva e maniacale nei dettagli di una indagine che , a meno che non stai guardando una puntata di CSI Miami, alla lunga stanca e distoglie da quelli che erano i veri intenti del film. Peccato.



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