
Regia: Ken Loach
Cast: Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek,Joe Sifflet, Colin Coughlin,Maggie Hussey
Anno: 2007
Nazione: Regno Unito/Italia/
Germania/Spagna/Polonia
Premi: Osella per la miglior sceneggiatura a Paul Laverty
Mentre tutti si affannano a cercare fuori, Ken Loach preferisce volgersi (ancora) al “fronte interno” della società occidentale, ricercandone guasti ed evidenziandone i paradossi. A finire sotto la lente (d‘ingrandimento) cinematografica di Loach è il dramma del precariato e del lavoro in nero vista dagli occhi della sfruttata/sfruttatrice Angie, che una volta licenziata senza valido motivo mette su un’agenzia di collocamento giornaliero in proprio. La camera del regista britannico è apparentemente cinica nel registrare la mutazione che avviene in Angie, un cambiamento non privo di dubbi e ripensamenti certo, ma inesorabile e ineluttabile, tanto da superare indenne anche un evento che minaccia la morte di suo figlio: dopo di che il finale, ribaltando l’aspettativa di redenzione presenti nello spettatore, finisce per riportare tutto all’inizio della storia ma su un piano ancora peggiore: stavolta il carnefice è la vittima(inziale). Tutto si risolve in un circolo vizioso, un eterno ritorno dell’uguale progressivamente degenerativo. Si è detto dell’apparente cinismo della camera: in realtà la camera è fin troppo coinvolta tanto da scordarsi (insieme alla protagonista) dell’esistenza di un figlio che è costretto ad entrare in scena da un fuoricampo (una telefonata) dopo venti minuti di pellicola buona: il cinema arriva a scordarsi del figlio, della vita stessa che pure va avanti nel suo invisibile mostrarsi quotidiano, schiacciata dalla tragedia lavoro che passa su tutto e tutti, anche gli affetti più cari. Se anche il cinema finisce per scordarsi della vita (ma è una dimenticanza che la fa apparire) allora quel mutamento non solo è inesorabile ma anche ineluttabile (la liberta del titolo è solo apparente) perché previsto e insito nel sistema lavorativo contemporaneo (incarnato nella famigerata flessibilità), un virus letale che trasforma la società in un morto vivente il cui unico scopo è la sopravvivenza ad ogni costo in un mondo che è tutto mercato. E non è un caso che proprio un film di zombie faccia la sua comparsa anticipando proprio l’ultimo disperato ostacolo a quel mutamento (il rapimento del figlio): gli zombie sono sia vittime che carnefici, quanto di se stessi che dell’altro; e anche se il riferimento al film di Romero è chiaro (l’analogia all’epoca era con il consumismo) il film proiettato è evidentemente un film di serie B: come a dire che il precariato è la degenerazione del fenomeno preso di mira da Romero, il consumismo, il fratello (o il figlio) malato. E quindi, ben più pericoloso. Ma è una malattia di cui non si conosce cura se non la progressiva autodistruzione.



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